I GIORNI DEL “PICCO” COVID-19

E per l’Africa … cosa sarà mai il “Picco”?

Breve riflessione sul dopo.
13 Aprile 2020, di Valter Previtali e Annibale Casati

Questi sono i giorni del picco. Tutti ad aspettare come se fosse davvero la fine dell’incubo. Sabato 28 marzo qualcuno si aspettava davvero di vedere il picco. Siamo, invece, come l’uomo che per primo ha scalato un ottomila. La cima è là, ma si allontana e si avvicina a secondo da dove la guardi. Non c’è la croce per dirti che sei arrivato. A volte il desiderio che si avveri ti fa prendere abbagli. Gli scienziati dicono che il picco è arrivato o ci siamo molto vicini, però non è un picco ma un pianoro alto prima di una lunga discesa.
Per rimanere in tema alpinistico vogliamo usare una frase della più forte scalatrice italiana, una delle più forti del mondo, Nives Meroi, ha scalato tutti i 14 ottomila con suo marito Romano Bennet.
Nives così scrive: la CIMA non è quando arrivi in cima al monte, ma quando torni al campo base, in  luogo sicuro. La nostra cima, il nostro picco sarà quando potremo tornare alla normalità.
Una metafora perfetta per i nostri giorni. Noi aspettiamo il picco dei contagi, ma la sicurezza è quando saremo al campo base, ossia quando avremo toccato quota zero e consolidato la certezza che il contagio è sotto controllo anche per il futuro. E’ un lungo cammino, come la discesa di un ottomila. Sei stanco, quasi congelato, l’ipossia ti fa brutti scherzi, vedi il campo base, ma è ancora molto lontano.
Quando noi saremo al campo base non saremo al sicuro, per noi finisce la metafora alpinistica, inizia la vita.
In questi giorni si sentono molti richiami all’unità della nazione. Ci diciamo che sapremo ricostruire una Italia migliore. Tanta fiducia e tanta speranza.
Non bastano le parole.
La nostra nazione esce da un trentennio di tensioni, di discordie di pochissima coesione nazionale. Eccetto quando c’è qualche vittoria sportiva importante della nazionale di calcio e della Ferrari.
Dal 1992, anno di mani pulite, abbiamo fatto esercizio di cruda divisione, ciascuna parte ha spesso usato il dileggio se non la calunnia verso l’avversario politico. Ogni occasione è stata buona per dividerci. Sta accadendo la stessa cosa, continuiamo ad avvelenare i pozzi, mentre sarebbe necessario risparmiare l’acqua. Assistiamo a scene penose di comandanti che devono prendere decisioni, accusare altri o piagnucolare di avere scarso sostegno dal governo o dalla regione.
Un esercizio che certamente non è foriero di nuovi orizzonti, di una nuova spinta per uscire da una crisi che nessuno sembra percepire.
Saremo presto, una questione di mesi, al campo base. Al sicuro. Ma non potremo stare lì per sempre, dovremo tornare a casa, ossia riprendere la vita e molti dei nostri riferimenti non ci saranno più o saranno diversi da come li avevamo lasciati. Questi mesi che ci obbligano in una sorta di campo base, dove il tempo è sospeso. Quindi possiamo e dobbiamo usarlo per capire quali sono le cose importanti e preparare il ritorno a casa. La riflessione sul dopo deve partire da adesso, coloro che fanno la guardia ci sono, i sanitari si stanno sacrificando e qualcuno immolando per difendere la nostra salute. Noi non possiamo stare in poltrona a lamentarci o pontificare.
Vorremmo, sommessamente, dare un contributo alla riflessione, una opinione che rompa il ciclo vizioso dei video, più o meno spazzatura, che ciascuno di noi fa circolare.
Di cosa avremo bisogno quando torneremo a casa?
Sembra assodato che il dopo non sarà più uguale al presente.
Una sorta di mantra ripetuto assieme a “ Tutto andrà bene” o “avremo un mondo migliore”.
È assolutamente tutto vero, ma …
Le condizioni del ma sono tante, e tra queste è imprescindibile un profondo cambiamento dei comportamenti. In questi giorni si assiste a spettacoli miserevoli di “leader” di ogni livello sparare cavolate enormi, degne di un film satirico, peccato che siano, a volte, persone con grandi responsabilità.
All’inizio dell’epidemia, ossia tutto il mese di febbraio pochissimi avevano compreso l’entità del problema che avremmo dovuto affrontare da lì a pochi giorni. Le immagini e le dichiarazioni dei leader politici erano rassicuranti. In seguito quasi tutti hanno ammesso di essersi sbagliati. Chi si sarebbe aspettato un’evoluzione così catastrofica? Anche molti di noi forse pensavano così.
Ad inizio marzo avevamo la maggior parte dei nostri comandanti schierati per ottenere un consenso di massa da accumulare alle prossime elezioni. Tralasciamo i battibecchi o le comparsate. Leader vittime delle loro vecchie idiosincrasie e incapaci di comprendere che il dramma che si sta vivendo ha bisogno di un forte senso del dovere e capacità di dominio del proprio sistema nervoso. Guidare oggi il paese è un’operazione molto complessa e difficile perché, a fronte di un’emergenza mai provata prima, le risposte di parte del paese sono sempre le stesse. Far girare le notizie false, alzare il tiro e paventare una resa dei conti, promettere guerriglie. Non possiamo giudicare oggi se le scelte siano corrette o meno, vediamo però che le controproposte sono solo al rialzo, non cambiano il metodo.
Quindi, perché continuare con una politica che ci porterà diritti alla rovina?
Siamo stati la prima democrazia occidentale a fronteggiare la pandemia. Altre nazioni seguono il nostro esempio evitando alcuni nostri errori di inesperienza. Altri leader, con sprezzo della vita altrui, hanno promesso soluzioni deliranti per poi ripiegare sulla “soluzione Italia”. Gli unici a non apprezzare la “soluzione Italia” sembrano proprio alcuni leader nostrani.
Questo è il risultato di 30 anni di politica fatta avvelenando i pozzi, calunniando l’avversario, approfittando di ogni occasione per chiamare il “popolo” sovrano di non si sa bene quali interessi.
Oggi ci chiedono di seguire le regole, nel contempo vediamo alcuni presidenti di Regione “disobbedire” per fare regole proprie a volte più restrittive altre più largheggianti.
Ovviamente accompagnate da dichiarazioni polemiche.
Noi, il popolo, troppo spesso ci siamo fatti prendere per il naso, sapendo che era pura illusione. Abbiamo seguito più il Gabibbo che il nostro buon senso e la protesta è diventata mugugno e la rabbia del popolo puri scatti d’irrazionalità.
Ricostruire il domani è necessario partire da qui. È necessario porre come base del confronto alcuni pilastri fondamentali- Poi penseremo al lavoro, alla sanità, alla scuola e a tutto quanto serve per rialzarci.
I pilastri su cui poggiare il domani sono due:
  • semplificare lo Stato
  • cambiare il modo affrontare la politica.
Nessun piano funzionerà, nessuna proposta di cambiamento dell’Europa potrà funzionare se non abbiamo alla base questi due elementi.
Una proposta semplice, a costo zero. Si tratta di volerlo.
In questi mesi tutti, proprio tutti, hanno fatto dichiarazioni e compiuto atti da dimenticare. Noi vi concediamo un indulto sociale purché si possa riprendere rasserenati e senza la smania di voler prevalere a costo di distruggere la nazione.
Dobbiamo tener fede alla convinzione che la grazia della nostra ragione di cittadini e la luce della nostra conoscenza, così come la costanza della nostra solidarietà reciproca, ci aiuteranno a trovare una via d’uscita dalla crisi attuale.