Quello che è successo in Malawi in questi ultimi giorni ha solo un modo per raccontarlo. Gli ingredienti sono quelli di una storia che sa di antico per il mondo occidentale, mentre per l’Africa è l’espressione migliore della sua più grande ricchezza culturale incentrata sull’umanesimo che si definisce come “umunthu”. La comunità, il bene di tutte le tribù e di tutti i villaggi, e dentro al villaggio, la famiglia e la persona.

La storia di oggi poi si ricollega di diritto ai fatti del 1992-1994 quando il movimento religioso si era imposto nei confronti dello stato incapace di rispondere alle attese della sua gente. Questi tempi si chiamano Kairos, momenti dello Spirito e certamente degli spiriti degli antenati che hanno come compito primario la protezione del villaggio e la sua crescita…

Per questa storia ci vorrebbe il dono della poesia, dell’ironia e del canto tutto mescolato nei giorni che passano e che diventano storia… e che siano alcuni fatti a dire di questi giorni ancora freddi a sud dell’equatore dove il vento del nord dell’Africa sta arrivando.

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La prima data di questo nuovo calendario Malawiano è il 20 Luglio.

La protesta di piazza rinnegata dal presidente che aveva comperato anche il giudice che aveva negato fino all’ultimo la possibilità delle manifestazioni. La gente che aveva avuto il coraggio di manifestare aveva dovuto confrontarsi con la polizia che sparava pallottole vere e aveva ucciso venti persone, soprattutto il 21 Luglio quando la protesta era degenerata nell’assalto ai negozi delle città e alle stesse stazioni di polizia.

Il governo aveva aggredito pesantemente l’opposizione e in particolare le organizzazioni non governative e rappresentative della società civile. I capi avevano dovuto salvarsi dileguandosi nei villaggi o all’estero per chi aveva potuto scappare.

Il presidente personalmente aveva voluto passare a tappeto le periferie delle città di Lilongwe e Blantyre. Non ci sarebbero mai più state delle manifestazioni. “Vi cercherò uno a uno… vi stanerò personalmente… sulla strada incontrerete me”. Questo il tono dei messaggi della presidenza in preparazione alla data del 17 Agosto quando le manifestazioni avrebbero dovuto riprendere.

Qualcosa però era cominciato a scricchiolare nel pugno di ferro che voleva affrontare la popolazione: come la vignetta ha ripreso il presidente dall’alto del suo “Bingu mobile” il camion ricoperto di azzurro che gli permette di fare comizi a ripetizione in ogni angolo delle città. Al grido “Chala Mmwamba”, che significa “Il dito in alto”, che è lo slogan del partito, nessuno rispondeva se non una mano isolata. Decisamente la gente non era più dalla sua parte e diversi incontri avevano dovuto essere cancellati…

Poi è venuto il comunicato del segretario del raggruppamento delle organizzazioni non governative, Mr Newa, che tra tanta paura portavano avanti la preparazione della veglia come era diventato il modo della protesta: una veglia di 48 ore che sarebbe poi continuata fino a che fosse stata ricevuta una risposta alle 20 domande che già dal 20 Luglio erano state presentate per  chiedere conto del mal governo e dello sfascio economico.

La veglia veniva sospesa per fare spazio al dialogo. Non era un’arresa all’assalto del governo e della sua polizia, non era il risultato di una ricca ricompensa da parte del presidente che aveva speso cifre enormi per pagare la polizia, monopolizzare l’informazione, obbligare i capi villaggio a messaggi che dovevano intimorire la popolazione… era un senso di responsabilità verso la popolazione inerme che avrebbe dovuto confrontarsi con le forze dell’ordine che già si erano schierate.

Restava la proposta fatta dal Concilio delle Chiese, con la presenza dei rappresentanti dei musulmani, unita alla Conferenza Episcopale dei Vescovi del  Malawi (ECM) – il programma era allegato nel tamtam del 17 Agosto –  di un incontro di preghiera per il 16 Agosto. Il presidente Bingu wa Mutharika aveva chiesto anche un incontro con i vescovi cattolici dopo che per mesi interi li aveva considerati come dei paria a iniziare dalla consacrazione del vescovo della nuova diocesi di Karonga al nord del Malawi quando aveva impedito anche la presenza del servizio d’ordine ed era arrivato a ridicolizzarli quando avevano pubblicato “La Lettura dei Segni dei Tempi” del 30 Ottobre 2010. Il confronto deve essere stato duro.

La sua decisione era che il presidente non sarebbe stato presente all’incontro di preghiera alla Comesa Hall di Blantyre, perché temeva che ne sarebbe venuto un imbarazzo dalle accuse che sarebbero emerse anche dalla preghiera.

Sembra che la risposta dei vescovi sia stata molto chiara: “Se il presidente non sarà presente i vescovi cancellano l’incontro di preghiera e si preparano ad essere presenti in piazza alla Veglia organizzata dai rappresentanti della società civile”.

La Veglia di preghiera veniva cancellata. A spingere in questa direzione in un primo momento sembra sia  stata la presenza di un team che veniva dalle Nazioni Unite con un suo rappresentante.

L’esperienza più bella è stata proprio la preghiera. Nella grande sala c’erano i rappresentanti di tante chiese cristiane e i musulmani che nel mese del Ramadan e del digiuno avevano voluto essere presenti. E qui la religione ha dato prova di grandissima maturità di fede e di vita.

Chiese che potevano parlare senza difficoltà la lingua della gente, fatta di preoccupazione e paura, e riferire al presidente in persona quanto la gente non riusciva ancora a dire liberamente.

La lettura tratta dal vangelo della “tempesta sedata” ha guidato l’incontro che dalle dieci di mattina è andato ben oltre l’una del pomeriggio.

Il tema della preghiera era “A Natio Seeking God’s Intervention in Forgiveness, Reconciliation and Peace”.

Si sono alternati i vari predicatori, i cori a cantare i salmi e tutti a dire di una tempesta che stava sconvolgendo il paese e che rischiava di affondare il domani del paese. Alcuni pastori protestanti avevano alluso senza mezzi termini alla tempesta, ma è stato il sermone del Vescovo Joseph Zuza della diocesi di Mzuzu ad andare al cuore dello scontro tra la classe dirigente e la popolazione del Malawi.

Joseph Zuza (secondo da sinistra con il vestito bianco – nella foto ripresa all’incontro dei paesi dell’AMECEA dello scorso mese di Luglio =presenti erano anche i due vescovi monfortani Thomas Msusa di Zomba e Alessandro Pagani di Mangochi =  – un incontro che è una vera scuola di profetismo e coraggio apostolico anche solo per il fatto di radunare vescovi di dieci paesi africani).

Il vescovo Zuza che è attualmente il chairman della conferenza episcopale, ha presentato la sua omelia che tra l’altro ha detto forte:

“E’ ora che la presidenza la smetta di strozzare la società civile, la stampa, il potere giudiziario e la democrazia che tanto e costata al paese.

La tempesta che ci sta travolgendo è opera delle nostre mani (questo detto a un presidente che ripete sempre: “Giudicatemi dal lavoro delle mie mani”

Che razza di consiglieri ha attorno a sè chi ci  sta guidando, se quanto sanno fare è accusare tutti di tutto e mai accettare responsabilità di quanto viene fatto?

Chi si ammassa tutto il potere e si crede una fontana di sapienza, finisce per essere lo sciocco del villaggio.

Le presenti tendenze dittatoriali sono contrarie alla democrazia che abbiamo scelto per il nostro paese.

Solo dal definire il problema può essere trovata la strada per la riconciliazione e la pace. E la chiesa cattolica ha saputo scrivere una pagina degna della lettera pastorale del 1992. A distanza di vent’anni questa chiesa è diventata adulta e merita tutta la stima dei fedeli e del paese.

Come appunto era successo nel 1992, sempre la partecipazione e la ricerca del bene comune: senza fare chiasso, senza pretese politiche, ma con coraggio e sincerità, così è stato il 16 Agosto.


Con il suo “tricorno” rosso quasi a volere dare peso alle parole usate, la chiesa ha dato prova di coesione e visione profetica del paese e la sua gente.

In diretta televisiva e per le tre ore della preghiera, il presidente in silenzio ha ascoltato.

I risultati? E difficilissimo disfare gli errori di questi ultimi mesi. Troppi sono i ponti che sono stati tagliati sia dentro che fuori al paese.

L’inizio rimane comunque un segnale positivo e fortemente garantito dalla chiesa.

Così il 17 Agosto è giunto con il freddo e il vento del sud che sconvolge la tranquillità del lago Malawi.

Le città di Blantyre e Lilongwe erano completamente deserte e tutti i commercianti hanno chiuso in attesa che anche questo scontro potesse finire. Solo la polizia era ovunque e ben visibile.

La società civile ha dato al presidente quattro settimane in attesa di risposte altrettanto concrete come quelle del vescovo di Zuza.

Come nelle partite di tennis: “Ora la palla è dalla tua parte della rete”.

Quasi a segnare l’attuale momento di cambiamento, la Montfort Media pubblica il libro: “La Chiesa Cattolica e la politica in Malawi.” Il passato anche recente diventa storia.
Una delle conclusioni del libro è questa:
“Più la Chiesa si impegna nel campo sociale, dei diritti umani, della giustizia… più diventa vera e può coinvolgere la gente nel cambiamento dando certezze e autorevolezza.”

La chiesa d’Africa alla vigilia della pubblicazione del testo del secondo Sinodo per l’Africa;
e l’orgoglio della sua gente e di tutta la missione e tutto quanto è stato il lungo cammino.

La scelta di credere al dialogo aperto e sincero è anche un grande segno di una comunità cristiana attenta al presente.

E anche ripetendosi, il Tamtam assicura che la via pacifica iniziata porta segni di speranza a un paese veramente provato dalla povertà, lo dice forte oggi come allora, quando la democrazia stava nascendo in Malawi.

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